Quando parliamo di immigrazione in Italia troppo spesso iniziamo la discussione dal posto sbagliato.

Parliamo di sbarchi, emergenze, confini, sicurezza. Temi certamente importanti, sui quali uno Stato ha il dovere di assumersi le proprie responsabilità. Molto meno frequentemente, però, parliamo di ciò che accade ogni mattina nelle nostre campagne, nei cantieri, negli alberghi, nei ristoranti, nelle aziende, nella logistica e nelle case delle nostre famiglie.

Parliamo poco, cioè, di immigrazione e lavoro. E parliamo ancora meno del modo in cui lo Stato, le imprese e le organizzazioni sindacali dovrebbero governare insieme questo fenomeno, invece di limitarsi a subirlo o a strumentalizzarlo.

Eppure i numeri raccontano una realtà che non possiamo ignorare.

Secondo il XVI Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, pubblicato nel luglio 2026 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2025 gli occupati stranieri in Italia erano quasi 2,6 milioni e rappresentavano il 10,7% dell’occupazione complessiva.

Non siamo quindi davanti a un fenomeno marginale. Stiamo parlando di una componente ormai strutturale del nostro mercato del lavoro, presente in modo trasversale in agricoltura, edilizia, turismo, ristorazione, logistica e assistenza familiare. Settori che, in molte aree del Paese, oggi non potrebbero funzionare senza manodopera straniera.

Da sindacato credo che proprio da qui dobbiamo cominciare.

NON IMMIGRAZIONE SENZA REGOLE, MA IMMIGRAZIONE GOVERNATA

Affermare che i lavoratori stranieri rappresentano una risorsa per numerosi settori produttivi non significa sostenere un’immigrazione senza limiti e senza regole.

È vero esattamente il contrario.

Un Paese serio deve conoscere il proprio fabbisogno di lavoratori, programmare gli ingressi, favorire l’immigrazione regolare e pretendere il rispetto delle proprie leggi.

Il Decreto Flussi 2026-2028 prevede complessivamente 497.550 ingressi per lavoro, distribuiti su tre anni: 164.850 nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. È il riconoscimento, nei fatti, di una necessità del nostro sistema economico.

Guardando nel dettaglio la programmazione per il 2026, si nota come le quote siano ripartite tra lavoro subordinato non stagionale, lavoro autonomo e lavoro stagionale, con una parte consistente riservata al settore agricolo e a quello turistico, oltre a una quota specifica per il lavoro domestico e di assistenza familiare, destinata a crescere ulteriormente nel biennio successivo. È una fotografia chiara di dove il sistema Italia ha davvero bisogno di manodopera: non genericamente, ma in filiere precise, spesso stagionali, spesso faticose, spesso poco appetibili per il mercato del lavoro interno.

Ma programmare numericamente gli ingressi non basta.

Le recenti modifiche al Testo Unico sull’Immigrazione hanno introdotto meccanismi come il precaricamento obbligatorio delle domande e una progressiva digitalizzazione delle procedure, con l’obiettivo dichiarato di rendere il sistema più trasparente e meno permeabile alle irregolarità. Sono passi nella direzione giusta, ma da soli non bastano se non vengono accompagnati da una vera capacità di collegare l’immigrazione alle reali necessità delle imprese e dei territori, alla formazione professionale e linguistica e, soprattutto, alla capacità di trasformare l’ingresso regolare in vera integrazione.

Un ingresso regolare che non si traduce in integrazione è un’occasione mancata. Per il lavoratore, per l’impresa che lo assume, per la comunità che lo accoglie.

IL LAVORO È LA PRIMA FORMA DI INTEGRAZIONE

Credo che su questo principio dovremmo costruire una nuova politica.

Una persona che lavora regolarmente, paga contributi e imposte, conosce la lingua italiana, rispetta le nostre leggi e partecipa alla vita della comunità non deve rimanere ai margini della società.

Il lavoro produce autonomia. Produce dignità. Produce relazioni. E soprattutto crea responsabilità.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di affermare contemporaneamente due principi che non sono affatto in contraddizione: accoglienza e legalità, diritti e doveri.

Chi arriva nel nostro Paese deve poter trovare strumenti concreti per integrarsi: dall’apprendimento della lingua all’orientamento ai servizi, dalla formazione professionale al riconoscimento delle competenze già acquisite nel Paese d’origine, troppo spesso disperse in lavori dequalificati rispetto alla reale professionalità della persona.

Ma chi sceglie di vivere e lavorare in Italia deve rispettarne le leggi, le regole e i principi fondamentali della convivenza civile.

L’integrazione non può essere soltanto richiesta allo Stato. È un percorso reciproco che richiede responsabilità da entrambe le parti: dello Stato, che deve offrire strumenti reali e non soltanto normative sulla carta; delle imprese, che devono investire in formazione e non soltanto in manodopera a basso costo; e di chi arriva, che deve considerare il rispetto delle regole non un vincolo esterno ma la condizione stessa della propria integrazione.

LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORATORE STRANIERO DANNEGGIA ANCHE IL LAVORATORE ITALIANO

Esiste poi una questione sulla quale il sindacato non può accettare compromessi.

Un lavoratore straniero ricattabile, sottopagato o costretto al lavoro nero non rappresenta soltanto una vittima dello sfruttamento. Rappresenta indirettamente anche un fattore di indebolimento dell’intero mercato del lavoro.

Se un’impresa può utilizzare illegalmente un lavoratore per dieci o dodici ore pagandolo molto meno di quanto previsto dal contratto, quell’impresa realizza una concorrenza sleale nei confronti dell’impresa che rispetta le regole. E contemporaneamente abbassa il valore del lavoro per tutti.

Per questo la battaglia contro caporalato, lavoro nero, falsi contratti e sottosalario non è una battaglia per i lavoratori stranieri: è una battaglia per tutti i lavoratori. Italiani e stranieri.

Su questo CONFUNISCO deve essere molto chiara: stesso lavoro deve significare stessi diritti, stessa sicurezza, stessa dignità e corretta applicazione dei contratti.

In questo senso guardiamo con attenzione anche a tutte quelle misure che intervengono non soltanto sul rapporto di lavoro in sé, ma sulle condizioni di vita che lo circondano. Penso, ad esempio, agli investimenti destinati alla realizzazione e alla riqualificazione di strutture abitative per i lavoratori agricoli, pensati per superare gli insediamenti abusivi che da anni segnano, purtroppo, alcune delle nostre campagne. Non è un tema secondario: la dignità del lavoro comincia anche da dove e come si vive dopo il lavoro.

SICUREZZA SIGNIFICA ANCHE COMPRENDERE

C’è poi un tema che ritengo fondamentale: la sicurezza sul lavoro.

Possiamo predisporre protocolli, corsi e dispositivi di protezione, ma dobbiamo domandarci anche se il lavoratore abbia realmente compreso ciò che gli è stato spiegato.

La barriera linguistica può diventare essa stessa un fattore di rischio. Un cartello di sicurezza letto ma non capito, un’istruzione operativa tradotta male o non tradotta affatto, un corso seguito senza comprenderne fino in fondo il contenuto: sono tutte situazioni che, in un cantiere o in un campo, possono trasformarsi in un infortunio.

Per questo ritengo necessario sviluppare percorsi di formazione sulla sicurezza maggiormente accessibili ai lavoratori stranieri, accompagnandoli con una formazione linguistica adeguata, con materiali multilingue, con formatori capaci di verificare l’effettiva comprensione e non soltanto la partecipazione formale al corso.

Non deve essere un abbassamento degli standard. Al contrario: deve significare rendere realmente efficace la formazione.

Perché dietro ogni statistica sugli infortuni c’è una persona, una famiglia, una vita.

UN PAESE CHE INVECCHIA DEVE GUARDARE AL FUTURO

Esiste infine una questione demografica che non possiamo eludere.

L’Italia sta progressivamente invecchiando e una parte del nostro sistema produttivo fatica già oggi a reperire determinate professionalità, in settori dove il ricambio generazionale interno semplicemente non c’è.

Pensare che l’immigrazione possa risolvere da sola la crisi demografica sarebbe un errore. Abbiamo bisogno prima di tutto di politiche forti per le famiglie, per la natalità, per i giovani, per salari dignitosi e per impedire che migliaia di ragazzi italiani siano costretti ogni anno a cercare all’estero le opportunità che non trovano nel proprio Paese.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il contributo che lavoratori provenienti da altri Paesi possono dare alla nostra economia.

Le due politiche devono procedere insieme. E su scala più ampia, anche il confronto con l’Unione Europea va in questa direzione: strumenti come il nuovo bacino europeo per il reclutamento internazionale di talenti mostrano come il tema della manodopera qualificata dall’estero non riguardi soltanto l’Italia, ma l’intero continente. Un motivo in più per non affrontarlo con approssimazione.

LA PROPOSTA DI CONFUNISCO

Come organizzazione sindacale credo sia arrivato il momento di superare le contrapposizioni ideologiche e costruire una politica concreta.

CONFUNISCO ritiene necessario lavorare su alcuni obiettivi fondamentali:

– una programmazione degli ingressi realmente collegata alle esigenze del mercato del lavoro, settore per settore e territorio per territorio;
– procedure più semplici, digitali e veloci per l’incontro tra domanda e offerta;
– formazione professionale e linguistica accessibile fin dai primi mesi di permanenza;
– maggiore tutela della sicurezza, con materiali e percorsi realmente comprensibili;
– contrasto durissimo al caporalato e al lavoro nero, senza distinzioni tra vittime italiane e straniere;
– applicazione effettiva dei contratti collettivi, senza scorciatoie;
– maggiore collaborazione tra istituzioni, imprese, sindacati e territori, anche sul fronte dell’accoglienza abitativa.

Ma c’è anche un compito che riguarda direttamente noi.

Il sindacato deve tornare nei luoghi dove esiste maggiore vulnerabilità. Dobbiamo essere presenti dove il lavoratore straniero spesso non conosce il proprio contratto, non sa quali siano i propri diritti previdenziali, non conosce le procedure amministrative e, qualche volta, non sa nemmeno a chi rivolgersi quando viene sfruttato.

Il sindacato può diventare uno dei primi luoghi di vera integrazione. Non soltanto attraverso una vertenza. Ma attraverso informazione, assistenza, formazione, tutela previdenziale, orientamento e conoscenza dei diritti e dei doveri.

UNA SFIDA CHE RIGUARDA TUTTI NOI

L’immigrazione non si governa con gli slogan. E neppure facendo finta che i problemi non esistano.

Si governa attraverso regole chiare, ingressi programmati, legalità, lavoro regolare, formazione e integrazione.

Dobbiamo contrastare l’immigrazione irregolare e, nello stesso tempo, avere la capacità di integrare realmente chi arriva legalmente, lavora, rispetta le nostre leggi e contribuisce alla crescita del Paese.

Per CONFUNISCO la linea deve essere semplice:

nessun lavoratore senza diritti, nessun lavoro senza regole, nessuna integrazione senza responsabilità.

Perché quando il lavoro è regolare e dignitoso non divide le persone sulla base della loro provenienza. Le unisce nella stessa comunità di diritti, doveri e responsabilità.

Ed è probabilmente proprio dal lavoro che dobbiamo ricominciare se vogliamo trasformare una delle questioni più difficili del nostro tempo in una possibilità di crescita per l’Italia.

Giovanni Cafaro
Presidente Nazionale CONFUNISCO